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Cartolina n° 919

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Prima di discutere su Cultura Hacker bisogna definire il concetto di Hacker,
nell’immaginario collettivo il termine Hacker indica una persona dedita alla
criminalità informatica, alla violazione dei sistemi per profitto personale.
Questa definizione generale è dovuta ai mass media, che senza preoccuparsi della
veridicità o della correttezza dei termini usati, titolano blasonati giornali
con allarmistici richiami agli Hacker. Ma in realtà per ogni reato informatico,
in quello che è il così detto Underground Informatico c’e’ una definizione
specifica, tutte ben lontane quante dalla definizione di hacker. Secondo Steven
Levy (1996: 48) l'hacker pratica "l'esplorazione intellettuale a ruota libera
delle più alte e profonde potenzialità dei sistemi di computer, o la decisione
di rendere l'accesso alle informazioni quanto più libera e aperta possibile. Ciò
implica la sentita convinzione che nei computer si possa ritrovare la bellezza,
che la forma estetica di un programma perfetto possa liberare mente e spirito".
Una definizione ben lontana da “criminale”.
Per quanto concerne la cultura Hacker qui in Italia non penso sia mai esistita.
Il fenomeno hacker quando nacque (e si parla degli albori di internet ) aveva
un significato forte, persone che credevano fermamente che la ricerca potesse
portare a una rapida evoluzione e in un certo senso una corsa alla perfezione,
di fatti i primi Hacker della storia furono le persone che si impegnarono per
rendere il mondo dei calcolatori accessibili alle grandi masse. Da lì grandi
programmatori hanno reso semplice gestire i calcolatori, fino ad arrivare ai
sistemi operativi odierni.
Un esempio di cultura Hacker è il fenomeno Linux, un sistema operativo
realizzato nel nucleo da una sola persona, ma reso pubblico in ogni sua parte; è
quindi diventato il “porta bandiera” della ricerca e sviluppo collettivo del
mondo hacker. Tornando all’Italia a parte poche eccezioni la maggior parte delle
persone che frequentano chat, mailing list, news groups definisce hacker colui
che sa violare la sicurezza di un sistema, soprattutto se le persone che
frequentano questi “luoghi virtuali” sono ragazzi tra i 14 e 20 anni, che vedono
nel “bucare” la sicurezza di una macchina un modo per essere “accettati” nelle
comunity di tendenza, dico “di tendenza” proprio perché qui da noi essere hacker
non è una filosofia di vita ma una tendenza, come lo possono essere i pantaloni
strappati e le felpe firmate.
Alimentati dalla disinformazione della stampa di settore e non, questi ragazzi
(ma anche adulti) si auto definiscono hacker pensando che quello che fanno sia
“essere hacker” e il problema è proprio qui, perché si può essere impiegato
statale, si può essere ferroviere, bidello, cameriere ma non si può “essere
hacker”, non si impara il libro e ci si può chiamare hacker, quello che queste 6
lettere significano va ben oltre quello che si fa con il personal computer,
l’esplorazione intellettuale come dice S. Levy è applicata in ogni cosa della
vita.
La cultura dell’Hacker Criminale è data da titoli come “Hacker, Massima
sicurezza”, “10 mosse per difendersi dagli Hacker”, “5 semplici passi per
diventare Hacker” solo perché il termine fa notizia.
Ed ecco che oggi se si pronuncia Hacker si pensa subito a “carte di credito
rubate”, “dati confidenziali rubati”, “soldi rubati”, “file rubati”, insomma la
criminalità su internet è racchiusa in un semplice termine d’impatto.
A mio avviso un modo semplicistico di vedere o di proporre quello che invece è
un panorama molto più ricco e molto più interessante, basti pensare che i
protocolli che oggi usiamo su internet (ndr. I più famosi TCP, UDP, ICMP) sono
stati sviluppati e in seguito perfezionati da persone con quella voglia di
esplorazione, ricerca e voglia di fare che io definisco hacker.
Mentre il ragazzo che entra sul sito e lo defaccia (ndr. Modifica la pagina
iniziale del sito) lo definisco defacer, la persona che viola un sistema
informatico la definisco system cracker, non è un semplice gioco di
terminologia, anche perché chiamare tutti gli appartenenti a una determinata
classe con un nome che non appartiene a quella classe non è un’ errore di
termini ma disinformazione.
Per far capire meglio quello che voglio dire porterò un esempio, un truffatore,
non può essere chiamato cameriere, perché le due cose non sono correlate e una
definizione sommaria così non ha senso.
E tutto questo grazie a chi fare informazione proprio non interessa. A dirla
tutta la colpa di questi “errori” è anche dei responsabili della sicurezza
informatica delle società, che grazie all’imperizia con cui gestiscono la
sicurezza dei loro server rendono facile la vita a ipotetici ragazzi con il
bagaglio di conoscenze necessario a sfruttare quell’errore per penetrare il
sistema mal gestito, e di certo il responsabile non può dire che il sistema è
stato violato per colpa della sua poca professionalità e da la colpa a quelle
persone con superpoteri chiamati hacker, capaci di penetrare nelle reti con i
loro occhi laser.
Infondo penso che gli hacker ormai siano un po’ come Babbo Natale, all’inizio
magari esisteva San Nicola di Patara, in Turchia ma ora di certo no.
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