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Prepararsi oggi per la rete di domani
.: Data Pubblicazione 28-Ott-2006 :: Letture:: 935 :: Recensione :: Stampa solo questa pagina :: Stampa pagina con tutte le sottopagine:.

L'Internet Protocol (IP) nella versione oggi diffusa, chiamata "version 4" (IPv4), fu definito quasi un quarto di secolo fa. Allora Internet era una rete di università e centri di ricerca sovvenzionata dal governo USA. Enormi sono stati i cambiamenti che, a partire dagli anni '90 hanno trasformato Internet nella rete commerciale che oggi conosciamo ed IP nel protocollo base per tutte le comunicazioni dati (e non solo).

Questa longevità dimostra la flessibilità di IP e la potenza del paradigma connectionless che introduceva. Da tempo però gli addetti ai lavori hanno percepito i limiti di IPv4, il più noto dei quali è la penuria degli indirizzi, che, essendo codificati su 32 bit, consentono di individuare in linea teorica fino a 4 miliardi di terminali, ma in pratica molto meno. Diverse tecniche sono state messe in atto per meglio sfruttare tale spazio di indirizzamento, le più importanti delle quali sono l'assegnazione "on-demand" di indirizzi, particolarmente efficace per l'utenza residenziale dial-up, la Network/Port Address Translation (NPAT) e la realizzazione di Virtual Private Network (VPN).

La NPAT è oggi comunemente impiegata nelle aziende e consente di usare un solo indirizzo IPv4 pubblico per far accedere ad Internet una pluralità di PC collegati alla LAN e dotati di un indirizzo privato (cioè non univoco e quindi riutilizzabile in diverse LAN). Fintanto che le applicazioni usate dai terminali sono state soltanto la posta elettronica, la navigazione HTTP ed FTP questa soluzione ha funzionato bene. Ora però l'introduzione di un numero sempre crescente di nuove applicazioni pone una continua sfida ai router che realizzano NPAT, che devono "capire" le comunicazioni in atto per poter effettuare correttamente le traduzioni di indirizzo. Di fatto la presenza di NPAT può impedire alcune comunicazioni, in particolare quelle a carattere interattivo e multimediale.

Aziende con numerose sedi hanno potuto aggirare la necessità di traduzione di indirizzi per le comunicazioni al proprio interno grazie a servizi di VPN che nella rete geografica sono realizzate mediante MPLS (MultiProtocol Label Switching). In questo modo è possibile avere comunicazione senza NPAT tra PC e/o server aziendali ovunque essi siano; l'accesso ad Internet deve però prevedere comunque NPAT.

Per risolvere alla radice questo problema l'Internet Engineering Task Force (IETF), l'ente preposta alla definizione degli standard del mondo IP, già da tempo, ha inventato un successore all'attuale protocollo IP, che viene chiamato Internet Protocol version 6 (IPv6), in cui gli indirizzi sono codificati in ben 128 bit. Con tale abbondanza è quindi possibile assegnare un indirizzo univoco per ogni terminale da impiegarsi nelle comunicazioni con Internet; sono anche disponibili altri due tipi di indirizzi, assegnati alla medesima macchina: uno per comunicazioni limitate all'ambito locale (LAN), uno per un ambito allargato (ad es. l'azienda).

Scegliendo quale tipo di indirizzo usare è immediatamente applicabile a livello di rete il controllo della connettività, ad es. veicolando su collegamenti e/o server comunicazioni in funzione dell'ambito in cui avvengono. Inoltre è possibile sfruttare parte dell'indirizzo per riportavi l'identità univoca del terminale, con cui si può riconoscerlo ovunque esso sia anche se, portato in un diversa LAN, gli viene assegnato un diverso indirizzo globale.

IPv6 consente quindi di semplificare l'architettura di rete, eliminando elementi di traduzione NPAT. È ancora possibile controllare la connettività, ad es. realizzando VPN, ma queste non sono più delle "prigioni" alle comunicazioni di un terminale, bensì una opportunità desiderata e scelta per motivi di sicurezza o di controllo delle risorse.

Ma per un'azienda italiana è conveniente passare ad IPv6? E con che tempi? Innanzitutto uno sguardo alla tecnologia: i recenti sistemi operativi dei PC dispongono di IPv6 ed anche i principali costruttori di router hanno già inserito nei loro prodotti il supporto nativo di questo protocollo. In molti casi, quindi, un'azienda che intenda attivare IPv6 non si troverà a sostenere investimenti elevati per aggiornamenti HW. È anche possibile prevedere una migrazione graduale, perché IPv4 ed IPv6 possono coesistere in una rete, in un router o su di un PC. Tuttavia finora sono mancati forti stimoli ad intraprendere questa evoluzione, in particolare per l'assenza di importanti applicazioni che richiedessero necessariamente l'uso di IPv6 (nota bene: le consuete applicazioni usate con IPv4 sono in genere portabili anche su IPv6).

Questo scenario potrebbe cambiare abbastanza rapidamente: infatti oltre ai benefici sopra citati un ulteriore stimolo al passaggio ad IPv6 sta venendo dalla forte espansione economica, e quindi anche di accessi ad Internet, delle regioni del sudest asiatico. Tali paesi sono arrivati tardi alla spartizione degli indirizzi IPv4 che sono stati accaparrati dagli USA e dagli altri paesi sviluppati; per loro è quindi una necessità inderogabile attingere all'abbondanza promessa da IPv6. In effetti i progetti più aggressivi per l'introduzione di IPv6 sono in atto in alcuni paesi asiatici, come la Cina, la Corea ed il Giappone. Data la dinamicità di queste realtà è prevedibile che nell'arco di qualche anno si raggiunga una "massa critica" che focalizzi lo sviluppo di tecnologia ed applicazioni su IPv6, come avvenuto dieci anni fa per IPv4,
Rimane tuttavia l'ostacolo in termini di know-how: IPv6 infatti è ancora poco noto anche tra i tecnici di rete. Esistono però iniziative che consentono a chi fosse interessato a sviluppare esperienza in questo campo, aprendo gradualmente la propria rete ad IPv6.

A questo proposito, facendo leva sull'esperienza acquisita con la partecipazione alla definizione di IPv6, Telecom Italia Lab ha avviato nel 2001 l'iniziativa sperimentale NGNET.IT che può essere considerata come il primo esempio di ISPv6 realizzato in Italia.

Tale iniziativa propone servizi IPv6 sperimentali all'utenza business e residenziale del Gruppo Telecom Italia, fra cui chat, e-mail, news, web browsing, instant messaging e gaming on line. Previa registrazione, le aziende o gli utenti domestici interessati compilano un apposito form on line, e ricevono un blocco di indirizzi IPv6 che possono usare per la propria attività di sperimentazione su IPv6.

Gli indirizzi IPv6 ricevuti dall'azienda sono gestibili in maniera autonoma, e possono essere ad esempio utilizzati per la numerazione dei router, dei server e dei terminali di utente all'interno dell'azienda.

Fino ad oggi, circa 500 aziende hanno fatto richiesta di indirizzi IPv6 e di avere accesso ai servizi IPv6 di NGNET.IT. Si tratta, in generale, di piccole e medie imprese, oltre che Università e centri di ricerca, distribuiti su tutto il territorio nazionale, che effettuano sperimentazione e acquisiscono conoscenze e competenze su quello che viene considerato come l'evoluzione futura del protocollo IPv4.

La connettività dall'azienda al centro servizi NGNET.IT è garantita da un collegamento realizzato usando la tecnica del tunnel IPv6 su IPv4, con la quale cioè i pacchetti IPv6 viaggiano all'interno dei "tradizionali" pacchetti IPv4, consentendo quindi a due macchine (host, server, router) di dialogare fra di loro in IPv6, usando l'infrastruttura di rete Internet attuale. Questo consente di aderire a questa iniziativa senza dover sostenere costi di connettività aggiuntivi con tempi contenuti.

Il centro servizi NGNET.IT fornisce inoltre il collegamento verso la cosiddetta Internet IPv6, costituita essenzialmente dalla rete mondiale 6Bone, nata nel 1995, che collega Università e Centri di Ricerca in tutto il mondo. Recentemente NGNET.IT è stata collegata anche alla nuova rete di ricerca IPv6 americana, Moonv6, espandendo quindi la raggiungibilità verso centri di ricerca americani..

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