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Cartolina n° 1124

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Se nel corso dell'estate ci è capitato di guardarci allo specchio, non è da escludere che si sia storto il naso nel vedere qualche vestito un po' troppo aderente o indossato al pericoloso limite di elasticità del tessuto. Se siamo sopravvissuti al rischio di una esplosione con brandelli di cotone e lino nell'aria e bottoni sparati come proiettili per ogni dove, non ci è mancato il tempo per considerare che quell'indumento (e forse l'intero guardaroba) ci andava stretto.
A proposito di “oversizing”, sul meno sgargiante lido hi–tech ad aver problemi di dimensioni e di capienza è il protocollo Ip, linguaggio comune di chi comunica in Rete e pesante limite di presenza di risorse on line.
L'attuale versione in esercizio, etichettata dai tecnici Ipv4, si basa su indirizzi a 32 bit, composti da 4 blocchi numerici ciascuno dei quali rappresentato da un valore incluso tra 0 e 255 (range pari alle combinazioni generate dal classico 2 elevato all'ottava). Per evitare micidiali dissertazioni morbose e rimanere nel solito pacato contesto di questa rubrica, è bene precisare subito che parliamo di quei numeretti che – “normali” per i tecnici e forse solo curiosi per amministratori e commerciali – compaiono sulla parte inferiore sinistra del nostro schermo quando, collegandoci a un qualsiasi sito web, il nostro programma di navigazione ci informa che si sta connettendo per esempio con 213.42.139.178. Questa sequenza è in pratica il numero telefonico dell'utente che con il nome preceduto dalla sigla www abbiamo individuato come target del nostro tour virtuale. E' intuitivo comprendere che – con il boom di Internet come fenomeno di massa – i possibili indirizzi (più o meno 4 miliardi e 300 milioni) cominciano ad andar stretti (riecco la storia della silhouette…) per accontentare una popolazione telematica in crescita esponenziale.
Analogamente a chi si mette sulla bilancia nella consapevolezza di un rifiuto sistematico di affrontare una dieta e con il favorevole intendimento ad approvvigionarsi indumenti di misura più comoda, il mondo della comunicazione ha puntato su una taglia forte dell'Internet Protocol oggi identificato comunemente come Ipv6. Quest'ultimo è stato progettato per incrementare il volume di indirizzi Ip potenzialmente utili, per promuovere flessibilità e funzionalità della soluzione, nonché per far evolvere i livelli di sicurezza.
Sul primo punto nulla quaestio . Impiegando un'architettura a 128 bit, questa nuova versione del protocollo Internet porta alla creazione di indirizzi in un numero approssimativamente pari a 3,4 moltiplicato per 10 alla 35ma potenza.
Il secondo pacchetto di novità, quello relativo a flessibilità e dintorni, delinea possibilità di più efficace instradamento dei dati, prospetta un potenziamento delle caratteristiche di mobilità avanzata per il contesto wireless, profila opportunità di miglioramento della qualità di servizio e di semplificazione delle operazioni di amministrazione delle reti.
Terzo tasto, la sicurezza. Potrebbe essere modulata una nota dolente, perché a fronte di una più solida procedura di identificazione e di autenticazione degli utenti e di un più robusto assetto di riservatezza delle informazioni si potrebbe innescare quella pericolosissima sensazione di maggior sicurezza che spesso costituisce un micidiale tallone d'Achille delle organizzazioni più complesse.
Anzi. Proprio il periodo di transizione da un regime all'altro potrebbe riservare qualche disallineamento che – simile a certe incrinature nelle pareti – potrebbe essere all'origine di qualche terrificante breccia.
Negli Stati Uniti il Pentagono, in vista di questo passaggio, ha già pianificato tempi e modi, redigendo piani dettagliatissimi, istituendo un ufficio ad hoc, stabilendo un asse cronologico delle tappe da rispettare, prevedendo costi e altri oneri. Gli altri Dipartimenti, a dispetto di chi crede che in America si sia sempre pronti, sono invece fermi e il Congresso Usa per mano del General Accounting Office non ha esitato a tirar le orecchie a tutti.
Dalle nostre parti a che punto siamo? |
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